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Dal Prato di Sant'Alessandro alla Fiera settecentesca
Tra le funzioni di ogni città spicca lo scambio di merci, di beni, da quelli più elementari a quelli più raffinati e rari e perché si realizzi questo importante ruolo urbano, è fondamentale la scelta e la qualificazione di spazi specifici che determineranno nel tempo lo sviluppo della città stessa. Si rivela perciò importante, in quest'ottica, il ruolo delle "fiere", così legate al territorio, alla vita, alla personalità di una città. Le fiere concorrono d'altra parte ad attivare incontri e scambi con un raggio d'azione ben più vasto che la città stessa.
Bergamo, città di antica storia, ha avuto da tempo immemorabile una sua fiera, infatti ne troviamo notizia in documenti del X secolo che ne attestano l'esistenza all'esterno della città alta (allora centro politico e amministrativo) che non poteva garantire adeguati spazi ai numerosi mercanti. Ai tempi quindi la fiera si localizzò ai piedi della collina, più precisamente nel prato accanto a quello che attualmente è il borgo di S.Alessandro in colonna e l'intera zona assunse così il toponimo "Prato di S.Alessandro".
A causa della sua importanza economica, la fiera, con tutto ciò che questa comportava in quanto ai proventi e all'esazione delle tasse, fu oggetto di aspre dispute all'interno della città fino a quando nel 1428 la Canonica di S. Vincenzo, che esercitava i diritti al dazio, cedette alla municipalità di Bergamo la proprietà del prato e i diritti di esazione esistenti su quell'area.
Molti anni dopo, nel 1475, il Comune donò a sua volta i diritti e i privilegi all'Ospedale dei SS. Maria e Marco, istituzione cittadina nata dalla fusione degli undici ospedali esistenti all'interno della città. Per avere un'idea di come fosse la fiera in quegli anni leggiamo una relazione fatta dagli ispettori della Repubblica Veneta nel 1591: "una tresenda, posta da un capo all'altro del prato, era occupata da commercianti milanesi, un'altra da mercanti di panni, l'altra appresso di panni di lino… un'altra da corde e d'altre cose di stoppe e per ogni cantone di queste tresende vi erano banchieri e speziarii. Dietro queste tresende seguivano molte altre botteghe con ordine bellissimo d'olii e saponi."
Fu proprio nel 1591, e più precisamente la notte tra il 24 e il 25 agosto, quando la fiera era ormai cominciata da due giorni, che un violentissimo incendio distrusse completamente i "casotti di smercio". Come se non bastasse, i mercanti dovettero subire l'opera di coloro che si recarono nel Prato a rubare tutto ciò che il fuoco non aveva distrutto. Nel 1730 la memoria dell'incendio del 1591 e l'aumentato traffico di merci indussero un gruppo di commercianti bergamaschi, costituiti in consorzio, a proporre la costruzione di botteghe in pietra in sostituzione di quelle di legno, assumendosi le relative spese. Il Comune accordò il permesso stabilendo che la costruzione dovesse essere eretta tra il sentiero che andava dalla Chiesa di S.Bartolomeo verso il Borgo di S.Leonardo e l'Ospedale.

 

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