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Gianluigi Trovesi Mediterraneamente

Amici da sempre, quelli del quartetto orobico di Trovesi, e uniti dalla curiosità di sperimentare la musica tutta. Ora con piglio più classico, ora pop, ora proprio "jazz" , quello swingante e dinamico, ora sperimentale o rock duro.  E con questo atteggiamento sono entrati in studio recentemente per la prova scritta di un esame che di orali ne ha già superati tantissimi e a pieni voti in anni di concerti live. Realizzare un nuovo disco ha infatti questa funzione: fissare tra i solchi, o meglio tra i bit digitali, un progetto fatto di tante idee in movimento che per un attimo si fermano e definiscono la musica di Gianluigi Trovesi in questo momento, con questo quartetto.  Le idee partono quasi sempre da lui, il grande saggio del jazz italiano, e, a maggior ragione, proprio lui ha dentro di sé questo spirito mediterraneo che è uno dei tratti caratteristici del gruppo. È curioso pensare che quattro musicisti del profondo nord d'Italia scelgano delle danze del sud, come la tarantella di Napoli e della Puglia, come stimolo della propria musica. Ma cosa significa esattamente oggi essere mediterranei? Sicuramente avere un approccio melodico, in cui emerge la qualità del suono di Trovesi al sax contralto o al clarinetto piccolo e contralto. Bastano le note di una melodia leggermente variata per raccontare una storia. È già tutto lì dentro. Un secondo aspetto è il ritmo, quasi sempre interpretato dalla sensibilità onnivora di Vittorio Marinoni che parte dalle danze del nostro sud, per attraversare l'oceano, toccando l'Africa, il sud e centro America, sporcandosi col groove di NY e tornare nuovamente a Bergamo nel giro di poche battute.
Mediterraneo è l'equilibrio di un paesaggio pur sempre diverso, tra i cespugli della Sardegna e la sabbia bianca del Gargano. Un paesaggio chiaro e limpido come il fraseggio della chitarra di Paolo Manzolini, talvolta turbato da attimi di follia musicale che contrastano la bellezza della melodia pura di Trovesi. Spesso si invertono i ruoli con Trovesi in veste di folletto free con quel linguaggio parkeriano filtrato dalle lenti deformanti di Dolphy e Ornette. Mediterraneo è il blu profondo, uguale sulle coste dell'Africa o al largo della nostra penisola, un continuum cromatico. E proprio blu e blues sono i pedali del basso di Marco Esposito. Pedali ritmici e armonici che creano le fondamenta di una architettura musicale certa e definita che sembra talvolta piegarsi sotto la furia del maestrale creativo di Trovesi. Ma poi si rialza ancora ancora più suadente con quel canto mediterraneo di grande bellezza e vitalità.

 

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